accordi

  • L’UE avvia procedimenti per la risoluzione delle controversie nei confronti dell’Algeria per difendere le imprese europee

    L’UE ha avviato un procedimento per la risoluzione delle controversie nei confronti dell’Algeria e ha richiesto consultazioni con le autorità algerine per affrontare le diverse restrizioni imposte alle esportazioni e agli investimenti dell’Unione. L’UE ritiene che, imponendo tali misure commerciali restrittive dal 2021, l’Algeria non rispetti i suoi impegni in materia di liberalizzazione degli scambi nel quadro dell’accordo di associazione UE-Algeria.

    L’obiettivo dell’UE è impegnarsi in modo costruttivo con l’Algeria al fine di eliminare le restrizioni in diversi settori di mercato, dall’agricoltura all’industria dell’autoveicolo. Le restrizioni includono un sistema di licenze di importazione che ha l’effetto di un divieto di importazione, sovvenzioni vincolate all’uso di fattori di produzione locali per i costruttori di autovetture e un massimale relativo alla proprietà straniera per le imprese che importano beni in Algeria.

    L’UE è il principale partner commerciale e il principale mercato degli scambi internazionali dell’Algeria (circa il 50,6 % nel 2023). Alla luce degli sforzi infruttuosi per risolvere la questione in via amichevole, l’UE ha compiuto questo passo per tutelare i diritti degli esportatori e delle imprese dell’UE operanti in Algeria che hanno subito ripercussioni. Le misure algerine danneggiano anche i consumatori algerini, a causa di una scelta indebitamente limitata di prodotti.

    Nel 2002 l’UE e l’Algeria hanno firmato un accordo di associazione, entrato in vigore nel 2005, che stabilisce un quadro di riferimento per la cooperazione UE-Algeria in tutti i settori, compresi gli scambi. Qualora non si riuscisse a raggiungere una soluzione, l’UE avrà il diritto, in virtù dell’accordo, di chiedere la costituzione di un collegio arbitrale.

     

  • Amicizia senza limiti tra due potenti alleati geostrategici

    La cosa peggiore per i potenti è che non possono fidarsi degli amici.

    Eschilo

    Domenica scorsa, anche in piazza San Pietro a Roma, gremita di credenti, è stata celebrata la festa di Pentecoste. Si tratta di un importante evento del cristianesimo, che si riferisce all’effusione dello Spirito Santo. Dopo la preghiera del Regina Coeli Papa Francesco ha detto che “lo Spirito Santo è Colui che crea l’armonia, l’armonia! E la crea a partire da realtà differenti, a volte anche conflittuali”. E ha pregato lo Spirito Santo di donare ai governanti “…il coraggio di compiere gesti di dialogo, che conducano a porre fine alle guerre”. In seguito il Santo Padre ha ricordato “le tante guerre di oggi” dove si combatte e si perdono vite, tante vite di persone innocenti. Ragion per cui Papa Francesco, rivolgendosi non solo alle persone in piazza San Pietro, ha chiesto: “…pensiamo all’Ucraina. Il mio pensiero va in particolare alla città di Kharkiv, che ha subito un attacco due giorni fa. Pensiamo alla Terra Santa, alla Palestina, a Israele. Pensiamo a tanti posti dove ci sono le guerre. Che lo Spirito porti i responsabili delle nazioni e tutti noi ad aprire porte di pace!”.

    Si continua a combattere, dal 24 febbraio 2022, in Ucraina. E mentre molti Paesi del mondo, così come l’Unione europea e le più importanti organizzazioni internazionali, hanno condannato quell’aggressione, ci sono altri Paesi che non solo non lo hanno fatto, ma stanno attivamente collaborando, in vari modi, con la Russia. Uno di questi Paesi, che da alcuni decenni sta esercitando un ruolo geopolitico e geostrategico sempre più importante a scala globale, è la Cina. I rapporti di collaborazione tra i due Paesi sono tra i migliori, compresi quelli politici. Ed ottimi sono anche i rapporti di stretta amicizia tra i due presidenti. Lo hanno affermato di persona ed in più occasioni anche loro due. E non a caso. Si perché oltre a vari interessi economici, geopolitici e geostrategici, loro si somigliano anche per il modo autocratico della gestione del potere. Si sono incontrati per la prima volta nel marzo del 2010, poi nel 2013, quando l’attuale presidente cinese, appena ricevuto il suo primo mandato, ha deciso di effettuare la sua prima visita ufficiale proprio in Russia. E dopo essere rieletto, nel marzo dell’anno scorso, come presidente della Repubblica popolare cinese, ha fatto di nuovo la stessa scelta: la sua prima visita ufficiale lo ha fatto proprio in Russia. Risulterebbe che in questi ultimi dieci anni i due presidenti si sono incontrati circa quaranta volte ed in varie occasioni.

    Durante queste due ultime settimane, sia il presidente cinese che quello russo sono stati molto attivi. Prima il presidente cinese ha cominciato una settimana di visite ufficiali in Europa, con quella in Francia il 6 e 7 maggio scorso, e poi in Serbia ed in Ungheria. Il nostro lettore è stato informato dall’autore di queste righe delle tre visite e di quanto è stato discusso e deciso in ciascuno dei Paesi (Scelte che evidenziano determinati interessi geopolitici; 13 maggio 2024). Mentre la scorsa settimana, il 16 e 17 maggio, è stato il presidente russo ad effettuare la sua visita in Cina. Visita che è stata anche la prima, dopo la sua rielezione come presidente nel marzo scorso. Una visita che coincide anche con un periodo in cui l’esercito russo ha circondato e sta attaccando la città ucraina di Kharkiv. Città che ha ricordato domenica scorsa Papa Francesco, pregando per i suoi abitanti. Bisogna però ricordare che dopo l’aggressione russa in Ucraina, più di due anni fa ormai, i rapporti tra la Russia e la Cina si sono ulteriormente rafforzati e la loro collaborazione multilaterale sta diventando sempre più stretta e attiva. Una collaborazione che viene determinata anche da interessi, sviluppi e congiunture geopolitiche e geostrategiche. Si tratta di interessi che portano, in modo inevitabile, allo scontro con alcuni Paesi occidentali, soprattutto con gli Stati Uniti d’America.

    Ebbene, durante la sua visita della scorsa settimana in Cina, il presidente russo è stato diretto ed ha dichiarato che sia la Russia che la Cina  “…respingono i tentativi occidentali di imporre un ordine basato su bugie e ipocrisia, su alcune regole mitiche create da nessuno sa di chi”. Ed è proprio per affrontare “i tentativi occidentali” che la Cina e la Russia sono stati due tra i quattro primi Paesi fondatori di un raggruppamento economico ben strutturato, ufficializzato nel 2010. Un raggruppamento al quale si è aggiunto subito dopo anche il Sudafrica che da allora è noto come BRICS (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica; n.d.a.). A questa struttura internazionale, all’inizio di quest’anno, si sono uniti anche l’Egitto, l’Etiopia, l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti. Oltre a BRICS, la Russia e la Cina fanno parte anche di quella che, dal 2001, è comunemente nota come l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Un’organizzazione della quale fanno parte anche quattro altri Paesi, ex repubbliche dell’allora Unione sovietica; Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan ed Uzbekistan. Ebbene, la scorsa settimana, durante la sua visita ufficiale in Cina, il presidente russo ha sottolineato, riferendosi a questi due raggruppamenti internazionali, che loro “…si sono ben affermati come pilastri chiave dell’emergente ordine mondiale multipolare”. Aggiungendo, che “…possono essere citati come vividi esempi di cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Sono diventati piattaforme internazionali affidabili e dinamiche i cui partecipanti costruiscono politiche costruttive”.

    Il presidente cinese, sempre durante la visita ufficiale in Cina del suo omologo russo, ha ribadito, tra l’altro, che la collaborazione tra i due Paesi sta progredendo come tra “buoni vicini, buoni amici e buoni partner”. Assicurando che la Cina rispetterà sempre il cosiddetto “rapporto senza limiti”. Facendo proprio riferimento a quello che il presidente russo annunciò nel febbraio 2022, pochi giorni prima dell’inizio dell’aggressione contro l’Ucraina. Un rapporto che si basa anche su “un’amicizia senza limiti”, come hanno più volte confermato i due presidenti in questione. La scorsa settimana hanno concordato anche sulla “soluzione” della guerra in Ucraina. Tutto si basa su una proposta di dodici punti, annunciata l’anno scorso dalla Cina. Una proposta, la quale prevede negoziati di pace partendo dallo status quo. Una proposta quella, ben accolta dalla Russia, che però è in palese contrasto con la proposta di trattative presentata dal presidente ucraino. Per lui le trattative tra l’Ucraina e la Russia non possono essere avviate senza il ritiro della Russia dalle regioni di Donbas e di Crimea, invase nel 2014. Bisogna sottolineare che la proposta cinese è ben diversa da quella che verrà discussa in Svizzera il 15 e 16 giugno prossimo. Si tratta di una conferenza nella quale i rappresentanti della Russia non saranno presenti, mentre la Cina non ha ancora confermato la partecipazione dei suoi rappresentanti. Chissà perché?!

    Chi scrive queste righe ha trattato per il nostro lettore solo alcuni argomenti discussi ed accordati durante l’incontro dei due potenti alleati geostrategici, il presidente cinese e quello russo. Alleati legati anche da un’amicizia senza limiti. Ma chissà se e quanto durerà questa amicizia. Perché, come affermava circa venticinque secoli fa Eschilo, il noto drammaturgo della Grecia antica, la cosa peggiore per i potenti è che non possono fidarsi degli amici.

  • Bandiera bianca e la forza della diplomazia

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Come ha specificato Matteo Bruni, direttore della sala stampa del Vaticano, “Il Papa usa il termine bandiera bianca, riprendendo l’immagine proposta dall’intervistatore, per indicare la cessazione delle ostilità, la tregua raggiunta con il coraggio del negoziato”.

    In altre parole il Papa, a differenza delle interpretazioni ideologiche dei media, i quali arrivano ad accusare il Papa di esprimere una posizione filorussa, non ha interpretato la figura retorica della “bandiera banca” come una resa, ma semplicemente deve venire intesa come l’inizio di una presa di coscienza della impossibilità di un esito positivo della guerra (un esito per entrambi i belligeranti, sia chiaro) e da questa consapevolezza andrebbe considerata una inevitabile e immediata apertura di un tavolo di negoziazione.

    In questo contesto, in una sola battuta, vengono azzerate tutte le strategie dell’Unione Europea e del leader ucraino, i quali invece chiedevano e pretendono tuttora maggiori investimenti in armamenti ed equiparano la crisi russo-ucraina a quella del 1939 che diede inizio alla Seconda guerra mondiale, paragonando Putin ad Hitler. Quasi che il quadro politico-istituzionale ed internazionale prebellico della Seconda guerra mondiale potesse essere anche solo paragonato a quello attuale, una visione che definisce l’approccio puramente ideologico nella azzardata similitudine tra i due momenti storici.

    Esattamente come dovrà avvenire a Gaza, così nello scenario russo-ucraino la soluzione finale non può venire individuata in una semplice vittoria di uno dei due contendenti all’interno di una progressiva escalation bellica ed anche di spese pubbliche finalizzate alla acquisizione di maggiori armamenti.

    Viceversa, a questa strategia va affiancata un’altra che valuti da subito l’istituzione di un tavolo negoziale al quale dovranno sedersi i due nemici e i diversi negoziatori. In questo contesto si manifesta evidente la perdita di un’occasione unica per l’Europa in chiave diplomatica, avendo appoggiato sic et nunc la sola difesa dell’Ucraina, eletta a simbolo della democrazia, senza aprire un tavolo negoziale con Putin, di fatto adottando la strategia della NATO come la propria politica estera.

    Il fallimento di questa strategia è evidente in quanto la sottovalutazione della capacità di resistenza della Russia emerge chiara poiché l’economia russa crescerà nel 2024 ben quattro volte quella europea, quando dal 2022 tutti i vertici dell’Unione Europea parlavano di un prossimo default dello Stato russo.

    Queste medesime competenze europee ora spingono a favore della creazione di un esercito europeo e magari di un arsenale nucleare, del cui effetto deterrente, anche in considerazione dell’esito ottenuto con le strategie europee dal 2022 ad oggi, è legittimo dubitare.

    All’interno, quindi, di una rinnovata attenzione alla realpolitick, poco importa che sia stato Putin, come tutti sappiamo, ad iniziare il conflitto. E ricordando l’importanza, come fattore di pressione, della politica espansiva della NATO che ha accentuato questa tensione regionale, quello che risulta fondamentale adesso è individuare come si possa ottenere una pace senza arrivare ad uno scontro bellico ancora più generale.

    Se veramente si credesse che la vita rappresenti il bene supremo da tutelare, di conseguenza chiunque si adopererebbe con l’obiettivo di trovare un accordo, se non altro per interrompere la carneficina di civili.

    Tutto il resto è delirio ideologico, politico e purtroppo militare.

  • Turchia e Somalia discutono di affari e di difese militari

    Il presidente della Somalia Hassan Sheikh Mohamud ha incontrato il 2 marzo il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan ad Antalya, nel quadro del Forum della diplomazia in corso. Lo ha riferito la presidenza turca, precisando che le parti hanno discusso di temi tra cui la cooperazione economica e di difesa. I due governi hanno concluso lo scorso 8 febbraio un accordo volto a rafforzare la cooperazione bilaterale e il partenariato strategico bilaterale, soprattutto nei settori della sicurezza marittima e dell’economia blu.

    In base all’accordo, firmato dai rispettivi ministri della Difesa e ratificato di recente dal parlamento somalo, la Turchia fornirà addestramento e attrezzature alla Marina somala, consentendo alla Somalia di proteggere le sue risorse marine e le acque territoriali da minacce come il terrorismo, la pirateria e le “interferenze straniere”. L’accordo stimolerà inoltre lo sviluppo economico e le relazioni commerciali tra i due Paesi, poiché la Turchia aiuterà la Somalia a sfruttare il suo vasto potenziale di pesca, turismo ed energia. Il primo ministro Hamse Abdi Barre, che ha presieduto la riunione di gabinetto che ha approvato l’accordo, lo ha salutato come un risultato “storico” per il Paese e ha ringraziato la Turchia per il suo incrollabile sostegno e l’amicizia dimostrata.

    L’accordo è stato accolto favorevolmente dall’opinione pubblica somala e dalla comunità internazionale, che lo ha elogiato come un passo positivo per la pace e la stabilità della regione. La Somalia e la Turchia intrattengono relazioni strette e cordiali sin dall’istituzione di rapporti diplomatici nel 1960. La Turchia è uno dei maggiori donatori e investitori in Somalia e ha contribuito a vari settori come la sanità, l’istruzione, le infrastrutture e gli aiuti umanitari.

  • Von der Leyen e Sanchez rassicurano la Mauritania sul sostegno della Ue

    L’Unione europea intende sostenere lo sviluppo della Mauritania, passando per un aumento degli investimenti nel Paese ma anche per la cooperazione energetica, senza dimenticare la gestione dei migranti. Questo è quanto emerso dalla visita a Nouakchott della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e del presidente del governo spagnolo, Pedro Sanchez, l’8 febbraio. I due sono stati ricevuti dal capo dello Stato della Mauritania, Ould Ghazouani, con il quale si sono soffermati su diversi temi di interesse condiviso. Von der Leyen ha spiegato che l’Ue vuole rafforzare i rapporti con il Paese africano, in una prospettiva politica ed economica. “La nostra visita dimostra l’importanza del nostro partenariato con la Mauritania – ha detto von der Leyen-. Questa partnership è cresciuta negli ultimi anni in un contesto difficile. Penso, ovviamente, all’attuale instabilità del Sahel, ma anche all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e alle sue terribili conseguenze per il mondo, e per l’Africa in particolare. La vostra condanna verso questa aggressione – ha aggiunto – vi onora e ci avvicina”. “In un simile contesto, è naturale che desideriamo rafforzare ancora di più il nostro partenariato, e lo stiamo facendo oggi”, ha proseguito von der Leyen. In questa prospettiva, l’Ue intende lavorare per costruire un ecosistema di idrogeno verde nel Paese africano, sebbene per un progetto di questo tipo sia “indispensabile la prevedibilità”.

    La presidente della Commissione ha ricordato come le autorità della Mauritania abbiano lanciato nel 2020 la strategia nazionale di transizione energetica, e questa “è una coincidenza, perché esattamente nello stesso periodo, all’inizio del 2020, abbiamo lanciato il Green deal europeo, la nostra ambiziosa strategia per essere neutrali dal punto di vista climatico entro il 2050, facendo crescere la nostra economia pulita e circolare”. Una parte di questa economia “è rappresentata dall’idrogeno verde”, ha ricordato von der Leyen. “Per darvi due cifre, l’Unione europea vuole produrre dieci milioni di tonnellate di idrogeno verde entro il 2030 a livello nazionale, ma sappiamo anche che dovremo importare altri dieci milioni di tonnellate di idrogeno verde entro il 2030. Quindi dobbiamo lavorare molto duramente a livello nazionale, ma abbiamo anche bisogno di partner all’estero”, ha rilevato la funzionaria tedesca, aprendo alla possibile cooperazione con la Mauritania in materia.

    Intervenendo in conferenza stampa con von der Leyen e Ghazouani, Sanchez ha ricordato come il Paese africano svolga “un ruolo fondamentale come referente per la stabilità democratica del Sahel”, una regione “cruciale per la Spagna e per l’Europa”. Il premier iberico ha evidenziato come il Paese africano sia vittima delle conseguenze dell’instabilità economica dell’area. “La Spagna e la Mauritania condividono molti obiettivi come la lotta al terrorismo, la ricerca di un’immigrazione ordinata, regolare e sicura e l’emergenza climatica”, ha proseguito il capo dell’esecutivo di Madrid. “La prosperità è il maggiore investimento per la sicurezza e la stabilità di tutta la regione”, ha aggiunto Sanchez prima di citare una serie di nuovi impegni assunti dal governo spagnolo nei confronti della Mauritania.

    Il primo di questi impegni è la firma di un accordo di cooperazione allo sviluppo da 60 milioni di euro per progetti da attuare nei prossimi quattro anni, oltre a 40 milioni di euro aggiuntivi per altre iniziative che saranno individuate insieme alla Banca mondiale per gli investimenti. In secondo luogo, attraverso la collaborazione delle imprese spagnole, saranno mobilitati nei prossimi anni 200 milioni di euro in particolare in progetti di viabilità e di energie rinnovabili. Sanchez ha infine evidenziato come il fenomeno dell’immigrazione irregolare colpisca con particolare intensità i due Paesi. Per questa ragione, il premier ha annunciato un rafforzamento dei progetti di collaborazione già esistenti attraverso, soprattutto, il controllo delle frontiere.

  • Le giunte militari di Mali e Niger ripristinano la doppia imposizione fiscale con la Francia

    Le giunte militari di Mali e Niger hanno firmato il 5 dicembre un comunicato stampa congiunto in cui denunciano le convenzioni firmate con la Francia per il superamento della doppia imposizione fiscale. La decisione, si legge nella nota congiunta, fa seguito al “persistente atteggiamento ostile della Francia” e al “carattere squilibrato” di queste convenzioni che costituiscono “un notevole deficit per il Mali e il Niger”. Le convenzioni fiscali denunciate dalle giunte golpiste disciplinano le norme per la tassazione del reddito o delle successioni e permettono inoltre lo scambio di informazioni e la collaborazione tra amministrazioni, ad esempio per la riscossione delle imposte. Tali convenzioni verranno quindi abolite “entro tre mesi”, secondo quanto affermato nel comunicato. La decisione è destinata ad avere serie ripercussioni sia per i privati che per le imprese domiciliate in Francia e che svolgono un’attività in Mali o in Niger, e viceversa, con conseguenze inevitabili sia per i francesi che lavorano in Niger, sia per i maliani della diaspora in Francia, ma anche per le aziende che espatriano alcune filiali. La mossa segna una nuova tappa nel riavvicinamento tra i Paesi golpisti del Sahel – Mali, Niger e Burkina Faso – che a settembre hanno dato vita a una coalizione militare, nota come Alleanza degli Stati del Sahel (Aes).

    La decisione fa peraltro seguito a quella con cui ieri la giunta militare del Niger – salita al potere dopo il colpo di Stato dello scorso 26 luglio – ha annunciato l’intenzione di porre fine agli accordi di difesa e sicurezza con l’Unione europea, stipulati per sostenere le autorità nigerine nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata e all’immigrazione irregolare. In un comunicato pubblicato lunedì sera, il ministro degli Esteri di Niamey ha annunciato di voler revocare l’accordo stipulato con l’Ue relativo alla missione civile europea denominata Eucap Sahel Niger, attiva dal 2012 e che attualmente conta su circa 130 gendarmi e agenti di polizia messi a disposizione dagli Stati membri dell’Ue per svolgere la sua azione. Oltre alla missione Eucap, la giunta nigerina ha comunicato di aver ritirato il consenso concesso per il dispiegamento della Missione di partenariato militare dell’Ue in Niger (Eumpm), attualmente a guida italiana.

  • Il quadro ormai è chiaro

    Alle soglie di una  una nuova recessione economica ecco gli effetti disastrosi della politica economica e strategica italiana ed europea  portata avanti con cecità ideologica (https://www.ilpattosociale.it/europa/lunione-europea-ormai-e-una-zona-franca/).

    Il nostro Paese come l’intera Unione Europea in questi anni passa da una dipendenza verso i paesi produttori di petrolio (Opec), il cui unico obiettivo era quello di accumulare ricchezze, ad una di carattere non solo energetico ma soprattutto politico.

    La  totale genuflessione energetica e di interi settori industriali di fatto pone le basi di una vera e propria dipendenza verso una superpotenza (Cina) la quale dimostra strategie espansive dominanti sia politiche che strategiche ed ovviamente economiche molto invasive e preoccupanti per la nostra democrazia.

    Mentre negli anni Settanta la contrapposizione tra i due blocchi politici, quello occidentale e il socialista, era rappresentata dal  muro di Berlino, ora abbiamo fagocitato all’interno delle nostre istituzioni i nemici del nostro stesso sistema economico e politico.

    Questi  hanno assunto le sembianze dei presunti ambientalisti ma, sottoposti ad  una metamorfosi kafkiana, si sono trasformati da soggetti politici ad agenti di distruzione del nostro sistema politico, economico e sociale.

    La dipendenza della nostra economia da un sistema totalitario come la Cina rappresenta il loro vero  obiettivo politico, ottenuto attraverso l’imposizione ambientalista di una ideologia talebana.

    Una strategia che ha assunto i requisiti squisitamente politici a discapito dei veri  valori ambientalisti per i quali tutte le persone nutrono la massima attenzione.

  • Lunghe mediazioni europee e solo un accordo verbale

    L’accordo di principio è la più cortese forma di disaccordo.

    Robert Emil Lembke

    La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato sul vertice del Consiglio di Stabilizzazione ed Associazione tra l’Unione europea e l’Albania, svoltosi a Tirana il 16 marzo scorso. Un vertice al quale hanno partecipato, oltre all’anfitrione, il primo ministro albanese, anche due alti rappresentanti della Commissione europea. I due illustri ospiti erano l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza, allo stesso tempo vicepresidente della Commissione europea, ed il Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di Vicinato. Dopo il vertice si è tenuta anche una conferenza congiunta con i giornalisti. Chi conosce la realtà albanese, nonché l’innata e viscerale abilità del primo ministro albanese di mentire e di ingannare, non poteva avere dubbi che lui avrebbe fatto di nuovo quello che sta facendo da anni in simili occasioni. E cioè che avrebbe di nuovo mentito ed ingannato spudoratamente, cercando di presentare per vera solo una immaginaria e virtuale realtà. Una realtà che niente ha a che fare con quella vera, vissuta e sofferta quotidianamente dalla maggior parte degli albanesi. Una realtà che, proprio perché è tale, da alcuni anni ha costretto, dati ufficiali alla mano, circa un terzo della popolazione residente in Albania a lasciare tutto e tutti e cercare una vita migliore in altri paesi europei ed oltreoceano. Ma purtroppo anche i due illustri ospiti europei, trascurando, loro sanno perché, la vera realtà albanese, hanno parlato di “successi” mai raggiunti, anzi! Una realtà, quella albanese, che da anni è stata descritta con dei dettagli anche dai rapporti ufficiali delle istituzioni internazionali specializzate, comprese alcune dell’Unione europea. Chissà perché i due alti rappresentanti della Commissione europea non erano stati informati del contenuto di quei rapporti dai loro collaboratori?! Riferendosi a quelle irreali dichiarazioni durante la congiunta conferenza con i giornalisti, dopo il sopracitato vertice del 16 marzo scorso, il nostro lettore è stato informato del fatto che “si è ripetuto però e purtroppo lo stesso scenario. Come in tante altre precedenti occasioni durante questi ultimi anni, anche giovedì scorso, nonostante la vera, vissuta, sofferta e scandalosa realtà albanese, gli illustri ospiti europei hanno parlato di “successi” (Sic!). Ma a quali “successi” si riferivano?”. Ed in seguito l’autore di queste righe faceva una lunga serie di domande, mettendo in evidenza l’eclatante contrasto tra la vera realtà e quella immaginaria e illusoria, dovuta ai tanti “successi” del primo ministro albanese e del suo governo. “Successi” ai quali si riferivano i due alti rappresentanti della Commissione europea (Ipocrisia e irresponsabilità di alcuni rappresentanti europei; 20 marzo 2023). “Successi” che non solo non hanno convinto nessuno ma, evidenziando proprio l’ipocrisia e l’irresponsabilità dei due alti rappresentanti della Commissione europea, hanno messo in repentaglio la serietà stessa delle istituzioni dell’Unione europea.

    Durante il vertice di Tirana del Consiglio di Stabilizzazione ed Associazione tra l’Unione europea e l’Albania, oltre alle sue solite bugie ed inganni verbali riguardo l’immaginaria e illusoria realtà albanese, il primo ministro ha fatto riferimento allo stato in cui si trova l’Albania nel suo percorso europeo. Ed anche in questo caso ha mentito. Ha prima espresso il suo riconoscimento ed ha ringraziato, per il loro continuo appoggio, i due alti rappresentanti della Commissione europea, i quali, in seguito, hanno parlato dei “successi” dovuti all’impegno del primo ministro e del suo governo. Poi, parlando anche lui di “successi e della fruttuosa ed apprezzabile collaborazione tra le parti”, il primo ministro albanese ha detto che era contento perché “…l’atmosfera di questo vertice è stata estremamente positiva”. Parlando del processo dell’adesione dell’Albania nell’Unione europea, lui ha detto che “…noi oggi siamo molto felici mentre constatiamo che le cose sono andate secondo le previsioni: non abbiamo avuto nessun ritardo e non abbiamo nessun problema”. Una bugia bella e pura, detta dal primo ministro come al suo solito, senza batter ciglio. Si, perché fatti accaduti, documentanti e pubblicamente noti alla mano, comprese anche le ripetute decisioni del Consiglio europeo di questi ultimi anni, il processo europeo dell’Albania ha avuto solo ritardi e rinvii ed è stato contrassegnato da tantissimi seri e preoccupanti problemi. Riferendosi alla collaborazione con la Commissione europea, il primo ministro, contento e fiero, ha confermato che “…. abbiamo un pieno accordo in tutto l’asse di questa collaborazione strategica”. E poi, sempre fiero e contento, lui ha aggiunto che finalmente “…l’Albania adesso non è più in coda del treno dell’integrazione [europea], bensì alla testa.” (Sic!). In seguito si è rivolto all’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza che, da Tirana, doveva andare direttamente, l’indomani, nella Macedonia del Nord per assistere ai difficili negoziati tra la Serbia ed il Kosovo. “… Mi permetta di dire che noi guardiamo con ammirazione i suoi sforzi per la normalizzazione dei rapporti tra il Kosovo e la Serbia”, ha dichiarato riconoscente il primo ministro albanese. Proprio lui che è molto fiero e contento anche del ruolo dell’Albania nella regione dei Balcani. Un ruolo che “…viene valutato come un modello per l’aspetto della promozione della pace, del dialogo e della normalizzazione”. E sicuramente era una dichiarazione autoreferenziale e di autostima, suscitata dal suo subconscio, perché lui non perde mai occasione di apparire come uno dei veri promotori della pace, della collaborazione e della stabilità nella regione dei Balcani occidentali. Anche la vanità è una sua caratteristica innata e viscerale. Lui rivendica anche la paternità, insieme con il suo “caro amico”, il presidente serbo, dell’iniziativa Open Balkans. Un’iniziativa che contrasta un’altra iniziativa europea, sempre nella regione dei Balcani occidentali, quella che dal 2014 è nota come il Processo di Berlino. Un’iniziativa fortemente voluta ed appoggiata sia dalla Germania, quale promotore dell’iniziativa, sia dagli altri Stati membri dell’Unione europea e dalle sue istituzioni. E anche dai Paesi dei Balcani occidentali, alcuni dei quali, come la Serbia e l’Albania, magari formalmente. Mentre l’iniziativa Open Balkans è stata promossa e sostenuta soltanto da tre dei sei Paesi dei Balcani occidentali, e cioè dalla Serbia, dall’Albania e dalla Macedonia del Nord. Mentre il Montenegro, il Kosovo e Bosnia ed Erzegovina hanno contrastato l’iniziativa, ribadendo, convinti, che portava vantaggi soltanto alla Serbia. Il nostro lettore è stato informato diverse volte e a tempo debito anche dell’occulta e pericolosa iniziativa Open Balkans, del suo ideatore, un multimiliardario e speculatore di borsa da oltreoceano e di chi gli sta dietro, compreso il presidente serbo ed il primo ministro albanese  (Accordo ingannevole e pericoloso, 13 gennaio 2020; Bugie scandalose elevate a livello statale; 24 febbraio 2020; Preoccupanti avvisaglie dai Balcani, 8 novembre 202; Un’ingannevole ed occulta iniziativa regionale, 31 maggio 2022; Smascheramento in corso di un’accordo regionale occulto, 13 giugno 2022; Pericolose somiglianze espansionistiche, 26 agosto 2022 ecc…).

    Come prestabilito, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza, dopo il sopracitato vertice di Tirana l’indomani, il 17 marzo scorso, era già ad Ohrid, una nota città della Macedonia del Nord, in riva al omonimo lago. Una città dove, dopo il vertice di Bruxelles del 27 febbraio scorso, era previsto lo svolgimento di un altro incontro, sempre con la mediazione degli alti rappresentanti dell’Unione europea, tra il presidente della Serbia ed il primo ministro del Kosovo. Un incontro nell’ambito di quello che, dal novembre 2022, è ormai noto come il piano franco-tedesco per la normalizzazione delle relazioni tra la Serbia ed il Kosovo. Ohrid è la città dove, il 13 agosto 2001, sono stati sottoscritti anche quelli che da allora vengono riconosciuti proprio come gli Accordi di Ohrid. Accordi che hanno messo fine ad un pericoloso conflitto armato, avviato all’inizio del 2001, tra le due etnie, quella macedone e quella albanese, parti integranti della popolazione macedone. Chissà perciò se la scelta di Ohrid è stata fatta anche come un buon auspicio per l’esito delle trattative, promosse dall’Unione europea, sulla normalizzazione delle relazioni tra la Serbia ed il Kosovo? Ma non sempre servono e funzionano i buoni auspici.

    Le trattative, si prevedeva, dovevano essere difficili. E così sono veramente state. La mattina del 18 marzo scorso ad Ohrid sono cominciati, all’inizio, gli incontri separati tra gli alti rappresentanti dell’Unione europea e i capi delle delegazioni della Serbia e del Kosovo. L’Unione europea era rappresentata dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza e dal rappresentante speciale dell’Unione europea per il dialogo tra la Serbia ed il Kosovo. In seguito agli incontri separati, si è svolto anche l’incontro comune, dove hanno partecipato i due alti rappresentanti dell’Unione europea, il presidente della Serbia ed il primo ministro del Kosovo. Si è trattato di un lungo incontro e, da quanto riferito in seguito, si è trattato soprattutto di trattative non facili che non hanno permesso di raggiungere gli obiettivi proposti dall’Unione europea. Obiettivi che si riferivano al piano franco-tedesco di undici punti, trattati senza un esito positivo anche durante il vertice di Bruxelles del 27 febbraio scorso. Purtroppo neanche ad Ohrid, il 18 marzo scorso, dopo circa dodici ore di incontri separati e di lunghe e difficili trattative tra le parti, non si è ottenuto quello era stato prestabilito dall’Unione europea. Anzi, proprio l’Unione europea, tramite i due suoi alti rappresentanti, è stata costretta a cambiare gli obiettivi per mettere d’accordo il presidente della Serbia ed il primo ministro del Kosovo. Alla fine è stata raggiunta una faticosa intesa tra le parti. Un’intesa che metteva insieme il testo dell’accordo, elaborato in base a quanto è stato raggiunto a Bruxelles il 27 febbraio scorso e a quanto le parti si sono concordate durante le trattative ad Ohrid, con quello che è stato intitolato “L’allegato di attuazione” dell’accordo stesso. Ma come a Bruxelles il 27 febbraio scorso, anche ad Ohrid, il 18 marzo scorso, l’accordo non è stato di nuovo firmato! E sia a Bruxelles che ad Ohrid, il primo ministro del Kosovo ha affermato la sua disponibilità a firmare. Un rifiuto quello che ha messo di nuovo in difficoltà i mediatori europei e soprattutto l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza. Perché, dalle tante esperienze legali e di giurisprudenza, sia quelle dei singoli Paesi, sia di quelle internazionali, nonché dalle ben note norme della legislazione internazionale in vigore, si sa che sono soltanto gli accordi firmati che obbligano le parti firmatarie. Mentre quelli non firmati, come quello raggiunto soltanto verbalmente il 18 marzo scorso ad Ohrid, permettono di fare scelte diverse e prendere altre decisioni in futuro. E, guarda caso, sono proprio gli accordi tra la Serbia ed il Kosovo che, pur essendo firmati, non sono stati in seguito rispettati dalle parti per delle diverse “ragioni”. Dalle esperienze di questi ultimi anni risulta che sono tanti gli impegni presi con i precedenti accordi di Bruxelles nel 2013 e 2015, che in seguito sono stati disattesi dalle parti firmatarie, la Serbia ed il Kosovo. Perciò chissà cosa succederà con l’accordo non firmato di Ohrid?! Una prima avvisaglia è arrivata da Belgrado, solo un giorno dopo le lunghe e difficili trattative di Ohrid. Il presidente serbo ha dichiarato perentorio: “Lo dico anche oggi, che nessuno può imporre un obbligo legale alla Serbia”. Aggiungendo, riferendosi all’accordo non firmato e al suo Allegato di attuazione, che “…Ci sono cose che non possiamo fare e che non sono [neanche] realistiche”. Rimane da seguire gli sviluppi successivi, ma niente fa pensare in positivo.

    Chi scrive queste righe pensa che l’accordo non firmato di Ohrid, raggiunto dopo le lunghe e difficili mediazioni europee, soprattutto dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza, purtroppo non sarà rispettato. Non ha caso è stata rifiutata la firma finale. E si sa, come affermava il giornalista tedesco Robert Emil Lembke, che “l’accordo di principio è la più cortese forma di disaccordo”. E l’accordo non firmato non obbliga chi è malintenzionato.

  • Finanziamenti occulti in cambio di influenze internazionali

    Chi nasce tondo non può morire quadrato.

    Proverbio  

    Era il 9 dicembre scorso quando ebbe inizio quello che subito dopo è stato denominato Qatargate. Una somiglianza verbale con il ben noto scandalo Watergate, riferito alla seconda parte della parola. Proprio quello che scoppiò negli Stati Uniti d’America nel 1972 e che riguardava le intercettazioni illegali alla vigilia delle elezioni presidenziali del 7 novembre 1972, mentre Qatargate ha a che fare con l’emirato arabo del Qatar. Uno Stato, quello, situato su una piccola penisola sul golfo persico. Un piccolo Paese che fino ad un centinaio di anni fa era popolato da pescatori di perle ed allevatori di cammelli, ma che, dopo le scoperte delle enormi riserve di petrolio e soprattutto di gas, all’inizio del secolo passato, divenne un territorio di grande interesse per degli investimenti occidentali. Attualmente il Qatar rappresenta uno dei Paesi più importanti nel mondo per l’approvvigionamento di gas. Dati alla mano, il Qatar rappresenta il primo esportatore globale di gas naturale con circa il 14% delle riserve mondiali. Ragion per cui è anche un Paese molto ricco. Ma è altresì un Paese dove si ignorano e si calpestano i basilari diritti civili e quelli dei lavoratori. Sono stati a migliaia i migranti morti mentre lavoravano per la costruzione degli stadi per il campionato mondiale di calcio. E proprio per cancellare quella brutta e vergognosa immagine sembrerebbe che siano stati versati ingenti somme di denaro per pagare l’appoggio dell’Unione europea e di singoli Stati occidentali. Ma non è solo la documentata violazione dei diritti civili e dei lavoratori che il Qatar ha cercato di “offuscare” con pagamenti milionari fatti ad importanti rappresentanti istituzionali. C’è anche la proposta che riguarda l’esenzione di visti per i cittadini dell’emirato di viaggiare liberamente in Europa. Ragion per cui il Qatar ha cercato in questi ultimi anni di assicurare l’appoggio a suo favore influenzando con finanziamenti occulti ed attività lobbistiche le decisioni delle istituzioni dell’Unione europea. Lo scandalo Qatargate, reso pubblico dal 9 dicembre scorso, è tuttora in corso. E da allora ci sono stati ulteriori sviluppi nelle indagini condotte dalla procura belga. Indagini che potrebbero portare ad altri coinvolgimenti, sia di persone influenti nell’ambito delle istituzioni europee e/o di altre organizzazioni, che di mandanti e finanziatori di attività lobbistiche. Finora, dalle indiscrezioni mediatiche risulterebbe che un altro Paese, il Regno del Marocco, potrebbe aver finanziato, con ingenti somme, delle decisioni prese a suo favore dalle istituzioni dell’Unione europea. L’accordo tra l’Unione europea e il Marocco sulla pesca, approvato nel 2019, è stato in seguito rifiutato dalla Corte europea perché in quell’accordo si includevano, come parte integrante del territorio del Regno di Marocco, anche territori del Sahara occidentale, contestati da altri. Un buon e convincente motivo perché si possano versare dei milioni però.

    L’autore di queste righe, riferendosi allo scandalo Qatargate, scriveva alcune settimane fa per il nostro lettore che si trattava di “…Uno scandalo tuttora in corso, nell’ambito del quale sono state arrestate alcune persone. Tra le quali anche la vice presidente del Parlamento europeo ed un ex eurodeputato italiano. Quest’ultimo è, dal 2019, anche il fondatore di una ONG (organizzazione non governativa; n.d.a.) il cui nome è Fight Impunity (Combattere l’Impunità; n.d.a.). Un nome che è tutto un programma! E chissà perché nel consiglio dei membri onorari dell’organizzazione, cioè dei garanti, hanno fatto parte, fino al 10 dicembre scorso, diverse persone note ed ancora influenti, alcune delle quali anche ex commissarie della Commissione europea.” (Ciarlatani e corrotti di alto livello istituzionale; 19 dicembre 2022). La scorsa settimana, il 17 gennaio, proprio l’ex eurodeputato italiano e fondatore della ONG Fight Impunity ha firmato con il procuratore che sta seguendo in Belgio le indagini su Qatargate un memorandum, dichiarandosi pentito e perciò anche collaboratore di giustizia. In base a quanto prevede la legge belga, adesso lui si impegna perciò “a informare la giustizia e gli inquirenti in particolare sul modus operandi, gli accordi finanziari con Stati terzi, le architetture finanziarie messe in atto, i beneficiari delle strutture messe in atto e i vantaggi proposti, l’implicazione delle persone conosciute e di quelle ancora non conosciute nel dossier, ivi inclusa l’identità delle persone che ammette di aver corrotto”. Chissà cosa avrà da dichiarare ed informare l’ex eurodeputato pentito e collaboratore di giustizia? Si sa però che con quella sua decisione, dal 17 gennaio scorso, altre persone non sono più tranquille, essendo in vari modi coinvolte in attività che hanno beneficiato di finanziamenti occulti in cambio di influenze internazionali, abusando dei loro obblighi istituzionali.

    Il 18 gennaio scorso, il gruppo parlamentare dell’Alleanza progressista di socialisti e democratici ha ufficializzato una sua richiesta al Parlamento europeo. Essendo presa in considerazione quella richiesta, il Parlamento europeo chiede, a sua volta, lo svolgimento di “…un’indagine indipendente e imparziale sul Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di vicinato”. In più si prende in considerazione il fatto che il Commissario europeo potrebbe aver violato il Codice di condotta dei membri della Commissione europea durante il suo operato nei Balcani occidentali. Ragion per cui la richiesta fatta è stata inclusa nel rapporto annuale sulla politica estera e di sicurezza comune. E proprio nel pomeriggio del 18 gennaio scorso, l’Assemblea plenaria del Parlamento europeo ha adottato quel rapporto con 407 voti a favore, 92 contrari e 142 astenuti. In quel rapporto, tra l’altro, si evidenziava che “…il Parlamento europeo rimane profondamente preoccupato per le notizie secondo cui il Commissario per l’Allargamento cerca deliberatamente di agitare e minare la centralità delle riforme democratiche e dello Stato di diritto nei Paesi in via di adesione all’Unione europea”. E si fa espressamente riferimento al comportamento del Commissario nel caso della crisi istituzionale in Bosnia ed Erzegovina all’inizio dell’anno scorso. Da sottolineare che il Paese è uno di quelli candidati dei Balcani occidentali. Ma per l’Unione europea, e non solo, da più di un anno, il comportamento ufficiale ed i rapporti di dichiarata amicizia con la Russia del presidente della Republika Srpska (Repubblica serba; n.d.a.), che è una delle due entità statali in Bosnia ed Erzegovina, a maggioranza serba, sta preoccupando le istituzioni dell’Unione europea. Con le sue scelte e le sue decisioni, il presidente della Republika Srpska sta cercando di avere un suo esercito, nonché un sistema fiscale e giudiziario divisi da quegli della Bosnia ed Erzegovina. Ed è quel presidente che ha recentemente conferito un’onorificenza al presidente della Russia. Ma, fatti accaduti e resi pubblici alla mano, risulterebbe che oltre al presidente della Republika Srpska, il Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di vicinato abbia degli ottimi rapporti anche con il presidente della Serbia. E si sa che c’è proprio la Serbia dietro tutte le “iniziative” del presidente della Republika Srpska. Si sa anche che la Serbia, un Paese candidato all’adesione nell’Unione europea, non ha aderito alle sanzioni poste dall’Unione alla Russia, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, il 24 febbraio scorso. Ragion per cui i promotori della richiesta rivolta il 18 gennaio scorso al Parlamento europeo hanno espresso anche la loro preoccupazione riguardo i rapporti del Commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di vicinato sia con il presidente della Serbia, che con quello della Republika Srpska. Secondo i promotori della sopracitata richiesta il Commissario tende a relativizzare i comportamenti e gli atti antidemocratici del presidente della Serbia, mentre appoggia gli atti separatisti del presidente della Republika Srpska.

    Già un anno fa, il 12 gennaio 2022, trenta eurodeputati hanno inviato una lettera alla Commissione europea, tramite la quale chiedevano di verificare su “…possibili violazioni dell’imparzialità e neutralità” del Commissario per l’Allargamento e la Politica di vicinato, in riferimento ai concreti e sopracitati tentativi secessionistici del presidente della Republika Srpska. Mentre il 18 gennaio scorso, un anno dopo, con l’approvazione dal Parlamento europeo del rapporto annuale sulla politica estera e di sicurezza comune, si mette in evidenza che l’operato del Commissario europeo costituisce “…una violazione del Codice di condotta per i membri della Commissione e degli obblighi del Commissario, ai sensi dei Trattati”. Bisogna sottolineare che, tra l’altro, il Codice di condotta sancisce il modo in cui i commissari europei debbano attuare in concreto i loro obblighi istituzionali di indipendenza ed integrità. In quel Codice si prevede e si sancisce, altresì, che “I membri della Commissione si astengono da ogni atto incompatibile con il carattere delle loro funzioni”. In più si sancisce che loro, durante tutto il periodo dell’esercitazione del mandato conferito “assumono l’impegno solenne di rispettare gli obblighi derivanti dalla loro carica”. Rimane da seguire e di conoscere le conclusioni delle indagini che svolgerà la Commissione europea nei confronti del Commissario per l’Allargamento e la Politica di vicinato. Chissà però se siano vere le accuse a lui fatte. E se così sarà allora viene naturale pensare: lo ha fatto per sua propria convinzione, oppure in seguito a delle attività lobbistiche. Si sa però che la Serbia da anni finanzia “gruppi di interesse” e attività lobbistiche a suo favore. Sono note anche le relazioni di “vecchia amicizia” che la Serbia ha con alcuni Paesi europei. Ma, fino alla pubblicazione delle conclusioni dell’indagine della Commissione europea, bisogna essere garantisti.

    Leggendo il testo della sopracitata richiesta fatta il 18 gennaio scorso al Parlamento europeo e del rapporto annuale sulla politica estera e di sicurezza comune dallo stesso Parlamento, nel quale era inserita integralmente la richiesta, ad una persona che conosce i Paesi dei Balcani occidentali, non poteva non pensare anche all’Albania. Pur non essendo stata citata, alcune affermazioni del rapporto sono attuali e si verificano quotidianamente in Albania. Soprattutto quando si tratta del rapporto che il primo ministro ha con i principi della democrazia. Come anche il presidente della Serbia, al quale lo legano degli ottimi rapporti di “amicizia e fratellanza”. E non a caso lui, il primo ministro albanese, ha fatto “l’avvocato” della Serbia, anche nelle istituzioni dell’Unione europea. Lo ha fatto anche la scorsa settimana, durante il vertice economico di Davos. Durante quel vertice il primo ministro albanese, cercando di essere “originale”, ha fatto anche una gaffe, rivolgendosi alla presidente del Parlamento europeo e riferendosi allo scandalo Qatargate. Ha citato fuori contesto il detto “Il karma è una puttana”, senza però aggiungere la rimanente parte del detto “che agisce sul lungo termine”. Con ogni probabilità non conosceva il vero significato del detto.

    Il nostro lettore è stato spesso informato della vera, vissuta e sofferta realtà albanese. L’Albania è uno dei Paesi più poveri, se non il più povero, dell’Europa. In Albania, durante questi ultimi anni si sta consolidando una nuova dittatura sui generis. Anche di questo il nostro lettore è stato spesso informato. Ma nonostante tutto ciò, il primo ministro ed i suoi “alleati”, i capi della criminalità organizzata e i rappresentanti di certi raggruppamenti occulti locali ed/o internazionali sono ricchissimi. Ragion per cui possono anche spendere molto.

    Chi scrive sueste righe è convinto che anche il primo ministro albanese può pagare tangenti miliardarie per “ripulire” la sua imagine. Proprio come hanno fatto i suoi simili in Qatar ed in Marocco, pagando e comprando alti funzionari e deputati del Parlamento europeo ed altre Istituzioni dell’Unione. Sono ormai noti anche i rapporti entusiastici e ottimisti di progresso della Commissione europea sull’Albania. Comprese anche le dichiarazioni dell’attuale Commissario dell’Allargamento. Di colui che, dal 18 gennaio scorso è sotto indagine dalla Commissione. Chissà se anche le sue dichiarazioni sull’Albania non siano “condizionate” da altro?! Si sa però che, come ci insegna la saggezza popolare, chi nasce tondo non può morire quadrato.

  • Cina e Arabia sempre più vicine

    Riceviamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 22 dicembre 2022

    La recente visita del presidente cinese Xi Jinping in Arabia Saudita, con i suoi riverberi commerciali e politici, dimostra, ancora una volta, che la strategia unipolare americana di isolare i potenziali sfidanti e avversari, con l’avallo di un’Europa miope, non funziona.

    La Cina ha siglato importanti accordi di fornitura di petrolio e di gas. E non solo. Negli incontri di Riyad ha rinforzato la partnership e la cooperazione con i Paesi del Golfo produttori di petrolio e con quelli della Lega Araba. Per questa ragione si è parlato di una visita storica.

    La prospettiva, naturalmente, è di far arrivare in queste regioni e nel Mediterraneo la nuova Via della seta, la Belt and Road Initiative (Bri) con tutti i suoi progetti infrastrutturali, tecnologici e industriali.

    Cina e Arabia Saudita hanno firmato un memorandum per coordinare le iniziative economiche della succitata Bri con il programma saudita «Vision 2030» di sviluppo industriale e manifatturiero. Gli accordi prevedono la cooperazione nei settori spaziali, nucleari, missilistici, delle nuove energie come l’idrogeno, e delle grandi infrastrutture tra cui la costruzione di «Neom», una città super moderna da 500 miliardi di dollari.

    Tra i contratti firmati vi è quello con Huawei, il gigante delle telecomunicazioni, che, nonostante l’opposizione americana, ha già degli accordi per la rete 5G con quasi tutti i Paesi del Golfo.

    È, quindi, naturale che la Cina abbia proposto di utilizzare lo yuan nei pagamenti per le forniture di energia e più in generale per gli scambi commerciali. Per i prossimi anni la Cina avrà bisogno di importare, non solo dalla Russia, grandi quantità di petrolio e di gas. D’altra parte, il 72% del petrolio e il 44% del gas consumati in Cina sono importati.

    Nel 2021 il commercio tra Cina e Arabia Saudita è stato di 87,3 miliardi di dollari, con un aumento del 30% rispetto all’anno precedente. Di questi, 44 miliardi sono per il petrolio. Il 25% del petrolio saudita va verso la Cina. Si noti che nel 2021 l’Arabia Saudita era già il primo esportatore di petrolio in Cina, davanti alla Russia.

    Del resto i rapporti economici con la Cina sono in crescita da tempo. Nel 2010 la China Railway Construction Corp. ha costruito una ferrovia di oltre 18 km per trasportare i pellegrini alla Mecca. Più recentemente è stato siglato un accordo di lungo termine sull’energia tra la Sinopec e l’Aramco, le rispettive compagnie petrolifere nazionali.

    In uno studio del Ministero degli esteri cinese «China-Arab cooperation in the new era» si propongono una cooperazione monetaria con le banche centrali della regione e l’uso delle monete nazionali nei pagamenti.

    Dell’utilizzo dello yuan se ne parla da anni. Nel 2018 i cinesi hanno introdotto contratti petroliferi in yuan nel tentativo di internazionalizzare la loro moneta. I sauditi considerano di includere contratti future denominati in yuan nei modelli di formazione del prezzo del petrolio dell’Aramco.

    La supremazia del dollaro rimane, ma fortemente indebolita. Esso è usato nell’80% del commercio mondiale del petrolio. Tutto il petrolio saudita è ancora commerciato in dollari. Nelle riserve monetarie di Riyad vi sono più di 120 miliardi di dollari in Treasury bond americani. Non di meno, è opportuno notare che, dall’inizio del 1990, le importazioni Usa di petrolio dall’Arabia Saudita si sono ridotte a un quarto.

    Molti Paesi, anche alcuni tra gli alleati degli Usa, sono stati fortemente colpiti dal fatto che il sistema finanziario basato sul dollaro sia stato usato come arma di guerra nelle sanzioni contro la Russia, facendo venir meno la certezza di garanzia e di sicurezza.

    È ancora aperta, ma forse per poco, la «window of opportunity», cioè la possibilità di riorganizzare l’intero sistema economico, monetario e commerciale globale su una base moderna e più equa. È necessario però, che gli Usa abbandonino la pretesa primazia unilaterale per preparare con le altre nazioni, a cominciare dai Paesi del Brics, un nuovo Accordo di Bretton Woods. Tale necessità ci sembra sempre più urgente.

    L’Europa potrebbe avere un ruolo centrale in tale iniziativa multilaterale. Lo ripetiamo da tempo: il ruolo dell’Europa non può essere ancillare rispetto agli Usa. Ha tutte le carte in regola per essere protagonista attivo nella realizzazione di un nuovo assetto, multipolare, del mondo. Altrimenti, le tensioni geoeconomiche e geopolitiche potrebbero acuirsi a tal punto da rendere possibile un conflitto catastrofico.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

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